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HCC 
(Tumore Epatocellulare)

Il carcinoma epatocellulare, spesso indicato con la sigla HCC, è il più comune tumore primitivo del fegato. “Primitivo” significa che nasce direttamente dalle cellule del fegato, a differenza delle metastasi epatiche, che derivano invece da tumori originati in altri organi.
L’HCC si sviluppa frequentemente in un fegato già danneggiato da una malattia cronica, come cirrosi, epatite B, epatite C, abuso cronico di alcol, steatosi epatica metabolica avanzata o altre condizioni che causano infiammazione e fibrosi del fegato. Per questo motivo, nel trattamento dell’HCC non si valuta soltanto il tumore: si valuta sempre anche la qualità e la funzione del fegato residuo.
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Epidemiologia in Italia e nel mondo
Il tumore del fegato rappresenta una delle neoplasie più rilevanti a livello globale, sia per frequenza sia per mortalità. L’epatocarcinoma costituisce la quota principale dei tumori primitivi del fegato.
In Italia, i tumori del fegato e dei dotti biliari intraepatici colpiscono più frequentemente gli uomini rispetto alle donne. La malattia è spesso associata a fattori di rischio noti, in particolare infezioni croniche da virus dell’epatite B o C, cirrosi, consumo cronico di alcol e malattie metaboliche del fegato.
Negli ultimi anni, grazie ai programmi di sorveglianza nei pazienti a rischio, è aumentata la possibilità di diagnosticare l’HCC in fase più precoce. Questo è un punto fondamentale: quando il tumore viene identificato presto, possono essere possibili trattamenti con intento curativo, come resezione chirurgica, trapianto di fegato o termoablazione.
 
 
Sintomi
L’HCC nelle fasi iniziali è spesso silenzioso. Molti pazienti non presentano sintomi specifici e il tumore viene scoperto durante controlli periodici eseguiti per una malattia cronica del fegato.
Quando la malattia diventa più avanzata, possono comparire sintomi come dolore o senso di peso nella parte alta destra dell’addome, perdita di peso, stanchezza marcata, perdita di appetito, peggioramento della funzione epatica, comparsa di ascite, ittero o sanguinamenti digestivi nei pazienti con cirrosi avanzata.
Questi sintomi, però, non sono specifici dell’HCC. Possono dipendere anche dalla malattia epatica di base o da altre condizioni. Per questo la diagnosi non può basarsi sui sintomi, ma richiede esami mirati.
 
 
Come si fa la diagnosi
La diagnosi di HCC si basa sull’integrazione tra storia clinica, esami del sangue, imaging radiologico e valutazione della funzione epatica.
Nei pazienti a rischio, soprattutto in presenza di cirrosi o fibrosi avanzata, la sorveglianza periodica con ecografia del fegato può permettere di individuare noduli sospetti in fase iniziale. Quando viene identificata una lesione sospetta, gli esami fondamentali sono la TC con mezzo di contrasto e la risonanza magnetica epatica con mezzo di contrasto.
L’HCC ha spesso un comportamento radiologico caratteristico: tende a captare contrasto in fase arteriosa e a perderlo nelle fasi successive. Questo pattern, se presente in un paziente con fegato a rischio, può consentire la diagnosi radiologica senza necessità di biopsia.
Gli esami ematici servono a valutare due aspetti: da un lato la funzione del fegato, dall’altro eventuali marcatori tumorali. Tra questi, l’alfa-fetoproteina, o AFP, può essere aumentata in alcuni pazienti con HCC, ma non è sempre elevata e non è sufficiente da sola per fare diagnosi. Sono importanti anche bilirubina, albumina, INR, piastrine, transaminasi, creatinina e altri parametri utili a stimare il rischio del trattamento.
La biopsia non è sempre necessaria. Può essere indicata quando l’imaging non è conclusivo, quando il quadro clinico è atipico o quando il risultato può modificare la strategia terapeutica.
 
 
Stadiazione e valutazione multidisciplinare
Dopo la diagnosi, il passaggio successivo è capire quanto è estesa la malattia e quale trattamento sia più appropriato. Questo processo si chiama stadiazione.
Nel caso dell’HCC, la stadiazione non riguarda solo numero e dimensioni dei noduli. Bisogna valutare anche la presenza di invasione vascolare, eventuale diffusione extraepatica, funzione epatica, presenza di ipertensione portale, condizioni generali del paziente e possibilità tecnica di eseguire un trattamento sicuro.
Per questo l’HCC dovrebbe essere discusso in un contesto multidisciplinare, con chirurgo epatobiliare, epatologo, oncologo, radiologo, radiologo interventista, anestesista e altri specialisti quando necessario. La scelta terapeutica corretta nasce dall’equilibrio tra controllo oncologico e sicurezza per il paziente.
 
 
Possibili trattamenti
I trattamenti dell’HCC dipendono dallo stadio della malattia, dalla funzione epatica e dalle condizioni generali del paziente.
Nei casi iniziali o selezionati, i trattamenti con intento curativo includono resezione epatica, trapianto di fegato e termoablazione. La resezione consiste nell’asportazione della parte di fegato che contiene il tumore. Il trapianto consente di trattare contemporaneamente tumore e cirrosi, ma è riservato a pazienti selezionati secondo criteri precisi. L’ablazione, spesso eseguita con radiofrequenza o microonde, distrugge il tumore mediante calore ed è particolarmente utile per lesioni piccole o in pazienti non candidabili a chirurgia maggiore.
Nei casi intermedi possono essere indicate terapie locoregionali, come la chemioembolizzazione transarteriosa o altre procedure radiologiche interventistiche. In casi più avanzati, soprattutto quando il tumore non è resecabile o vi è diffusione vascolare o extraepatica, il trattamento può essere sistemico, con immunoterapia, terapie a bersaglio molecolare o combinazioni terapeutiche. Si valuterà poi la risposta a queste terapie, per eventualmente procedere con un trattamento definitivo curativo come la resezione epatica.
La scelta non è automatica. Due pazienti con tumori apparentemente simili possono richiedere strategie diverse se diversa è la funzione del fegato, la posizione del nodulo, il numero di lesioni, il rischio operatorio o la storia clinica.
 
 
​Il ruolo della chirurgia
La chirurgia ha un ruolo centrale nel trattamento dell’HCC quando il tumore è tecnicamente resecabile e il fegato residuo è sufficiente, sia in termini di volume sia di funzione.
La resezione epatica può essere indicata nei pazienti con malattia localizzata, buona funzione epatica e rischio operatorio accettabile. L’obiettivo è rimuovere il tumore con margini adeguati preservando la maggiore quantità possibile di fegato sano. Questo è particolarmente importante nei pazienti con cirrosi o fegato fragile, nei quali una resezione troppo estesa può aumentare il rischio di insufficienza epatica post-operatoria.
La chirurgia può essere eseguita con approccio tradizionale open, laparoscopico o robotico, a seconda della sede del tumore, della complessità anatomica, delle condizioni del paziente e dell’esperienza del centro. L’approccio mini-invasivo può offrire vantaggi in termini di recupero, dolore post-operatorio e durata della degenza, ma non è sempre possibile o appropriato. La priorità resta la sicurezza oncologica e funzionale.
 
 
Come si esegue l’intervento
Prima dell’intervento vengono analizzate le immagini radiologiche per definire posizione del tumore, rapporti con vene epatiche, vena porta, arteria epatica e vie biliari. Si valuta inoltre quanto fegato rimarrà dopo la resezione e se questo fegato sarà sufficiente.
Durante l’intervento, il chirurgo può utilizzare l’ecografia intraoperatoria per confermare la posizione della lesione, identificare eventuali noduli non visibili in precedenza e guidare la resezione rispetto ai vasi principali. In base al caso, l’intervento può consistere in una resezione limitata, una segmentectomia, una sezione anatomica del fegato o una resezione maggiore.
L’obiettivo è ottenere il miglior equilibrio possibile tra radicalità oncologica e risparmio di parenchima epatico.
 
 
Rischi post-operatori
Ogni intervento sul fegato comporta rischi, che variano in base all’estensione della resezione, alla funzione epatica di partenza, alla presenza di cirrosi, all’età, alle comorbidità e alla complessità tecnica.
I principali rischi includono sanguinamento, infezioni, raccolte addominali, fistola biliare, trombosi, complicanze cardiopolmonari e insufficienza epatica post-operatoria. Quest’ultima è una delle complicanze più temute dopo chirurgia epatica, perché il fegato residuo può non essere sufficiente a garantire una funzione adeguata.
Per ridurre questi rischi è essenziale una pianificazione accurata: studio radiologico dettagliato, valutazione della funzione epatica, stima del fegato residuo, ottimizzazione preoperatoria e scelta dell’estensione di resezione più appropriata.
Nel caso degli interventi per HCC, un rischio aggiuntivo è quello del "decompenso epatico post-operatorio", una sindrome transitoria in cui il fegato epatopatico o cirrotico reagisce al trauma chirurgico producendo ascite. Questo liquido viene trattato con diuretici, e può comportare un allungamento dei tempi di ricovero.
 
 
Degenza e recupero
La durata della degenza dipende dal tipo di intervento e dal decorso post-operatorio. Dopo resezioni epatiche limitate, soprattutto se eseguite con tecnica mini-invasiva e in assenza di complicanze, il ricovero può essere relativamente breve. Dopo resezioni maggiori o interventi più complessi, la degenza può essere più lunga e richiedere monitoraggio più attento.
Il recupero completo varia da paziente a paziente. In genere dipende dall’estensione della resezione, dalla funzione epatica, dall’età, dalle condizioni generali e dall’eventuale necessità di ulteriori trattamenti oncologici. Dopo l’intervento sono necessari controlli clinici, esami del sangue e imaging periodico, perché l’HCC può recidivare anche dopo un trattamento apparentemente radicale.
 
 
Follow-up
Il follow-up dopo trattamento dell’HCC è fondamentale. Serve a controllare il recupero del paziente, monitorare la funzione epatica e identificare precocemente eventuali recidive.
Di solito il programma di controllo include esami ematici, marcatori tumorali quando indicati, TC o risonanza magnetica a intervalli regolari. La frequenza dei controlli viene personalizzata in base al rischio di recidiva, al tipo di trattamento eseguito e alla malattia epatica di base.
 
 
Quando richiedere una valutazione chirurgica
Una valutazione chirurgica specialistica è utile quando è stata diagnosticata una lesione sospetta o confermata per HCC, quando si desidera capire se il tumore è resecabile, quando è stata proposta una terapia non chirurgica ma resta un dubbio sulla possibilità di intervento, oppure quando si vuole una second opinion in un caso complesso.
È utile portare alla visita le immagini radiologiche originali su CD, chiavetta o link digitale, non solo i referti scritti. Sono inoltre importanti esami del sangue recenti, referti epatologici, oncologici, istologici se presenti, terapie già eseguite e una lista aggiornata dei farmaci assunti.
La decisione migliore non nasce da un singolo dato, ma dall’integrazione tra tumore, fegato, paziente e strategia complessiva di cura.

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